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Abitare la distanza Pier Aldo Rovatti

Oggi giochiamo, terremo distanze, abiteremo il dentro e il fuori, le aporie, spero ci divertiremo insieme. Mi auguro non vi farete mancare questo testo, complesso quanto basta per sollecitarvi a giocare a praticare la filosofia.

La distanza che dovremmo cercare di abitare, non è una nostra proprietà, non è neppure un vuoto in cui siamo sbalzati o gettati, è una distanza da costruire, dobbiamo renderla abitabile, difenderla, farne uno strumento contro la cecità, la sordità, l’afasia. Le pratiche filosofiche stanno iniziando a farsi sentire nei confronti della filosofia accademica. Non è facile, quest’ultima va padroneggiata se si vorrà costruire altro e andare oltre…

Abitare la distanza non è altro che la nostra condizione caratterizzata dal paradosso.

Siamo dentro e fuori, vicini e lontani.

Abbiamo bisogno di un luogo, di una casa dove stare, ma poi quando cerchiamo questo luogo, scopriamo il fuori, la distanza, l’alterità.

Questo saggio ci indica, ci suggerisce a livello pratico, mediante esercizi, come stare nel paradosso, nello stile di possibili pratiche filosofiche di ascolto, di osservazione e di scrittura.

Facendo riferimento a Nietzsche dove peso e alleggerimento indicano una sola condizione e pensando a Heidegger ci si chiede con quale equivoca paradossalità possiamo abitare “l’oltre”, la linea della metafisica, tutte le parole sono pensanti. Quello che si tratta di riuscire ad ascoltare non sarà dunque una levità, una preziosa leggerezza, soffocata dal peso, ma semmai un’oscillazione, un gioco delle parole.

Secondo Rovatti Heidegger non è venuto a capo delle regole di questo gioco. “L’oltre” è un soffermarsi presso la linea, visualizzarne in altro modo l’intorno. Identificare, costruire, attraverso l’uso che facciamo del linguaggio uno spazio di gioco, un’abitabilità. Mettersi in ascolto, non di un canto sepolto e originario, bensì di un groviglio di significati. Come suggerisce Gregory Bateson, sarà necessario alle fenomenologia fare i conti con quella parentesi che Husserl considera il segreto della fenomenologia stessa, passando dalla dimensione disincarnata di un pensiero che ha il privilegio di anticipare il dire e di chiamarsi fuori da esso alla dimensione del linguaggio, della storia, del cogito, certo esso riempie, ma non esaurisce.

Bateson invita a considerare la parentesi nella sua materialità di segno linguistico, nella sua funzione di pausa e distanza delle parole, come indicatore di una transcontestualità, segnale di un ordine che viene a disturbare la linearità della frase, luogo di ambivalenza, come se il soggetto che non si esaurisce nel soggetto grammaticale, avesse la possibilità di spostarsi o di essere all’esterno. Derrida, nella sua analisi delle virgolette, nota che ci troviamo inevitabilmente “sul piano inclinato del raddoppiamento allontanante del pensiero”, una sorta di estraneità a noi stessi che invece di evitare dovremmo abitare.

La distanza è interna a un vincolo di captazione dell’io, essere nella distanza, come esigenza di stare discosti da noi stessi, di prendere un tempo e uno spazio, uno scarto, un esilio da casa propria, coabitare la presenza e l’assenza mediante una modalità di linguaggio, in un esercizio di parola, gioco giocato nella dialettica peso e alleggerimento.

Ma come? Come fare?

Se ho all’inizio parlato di esercizio, di filosofia pratica, uno di essi è il silenzio.

Per lasciar essere le cose dobbiamo, con fatica, alleggerirci di molta zavorra, anche se ciò ci dispiace essendo essa il peso di saperi, strumenti, apparati, occorre saper sospendere, esercitare l’epoché, ci sono delle zone di non consapevolezza che non solo è opportuno conservare, ma che vanno attivate per permettere al soggetto di entrare in contatto con se stesso.

Il silenzio è una questione di indebolimento del discorso in vista di un tacere, che proprio in quanto tale, rende possibile l’agire.

Anche in consulenza tra un dialogo e l’altro, fate pause di silenzio e respirate…

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