L’uomo è eccezione. Questa eccezione sperimenta la sua natura eccezionale, scusate il gioco di parole e finalmente appare la sua esclusività come un destino il cui senso le rimane insolubilmente ambiguo…
L’eccezione è contraddittoria, infatti vorrebbe l’universale, cioè quello che essa non è. Impegna il suo “essere eccezione” nel tentativo di realizzare l’universale, questo però si effettua non in uno slancio naturale, ma nell’umiliazione di sé e finisce con il naufragare. L’eccezione, quindi non è una categoria di un modo di Essere, mediante la quale si possa determinare un uomo, la parola vuol fissare il concetto di una possibilità che percorre tutti i modi della comprensività infinita e si rifiuta a ogni possibilità di definizione. Ogni comprensione della verità risulta dall’aprirsi spiritualmente all’eccezione.
Appare evidente, perciò, che quando parliamo di Realtà ciò che cogliamo con la coscienza, essa non è qualcos’altro, l’afferiamo come noi stessi. Tutte le vie verso le scienze, verso l’oggettività concreta, verso un sapere ontologico di qualsiasi specie, ci conducono soltanto verso dei modi della Realtà, per mezzo dei modi del sapere che come tali rimangono insufficienti. Le rappresentazioni di una perfezione del tutto, mostrano soltanto un’armonia illusoria. Tra il nulla e il tutto, l’uomo è in ogni modo reale come essere storico, fragile e incapace di cogliere l’unità. Ogni via d’accertamento dell’unico essere come di un essere totalmente immanente ci conduce a delle scissioni, a degli errori o imperfezioni. L’unità è, se essa è, soltanto nella Trascendenza.
Il sapere storico e scientifico, e qui sta la loro verità, mostrano come l’essere determinato si risolve e si dissolve in un sistema infinito di rapporti. Ciò che non si risolve in tale sistema, ciò che a tale pensiero rimane come assoluto scandalo o problema, è l’hic et nunc di ogni essere, è quel suo esistere, è quel suo essere in sé e per sé che patisce e vive la risoluzione stessa.
In ogni insoddisfazione, ci dice Jaspers, vi è sempre un impulso che ci sollecita. Soltanto nell’essere che si identifica con la Realtà, l’uomo trova la pace. Soltanto la Realtà ci dà pace, pur tuttavia, questa Realtà nel tempo mi diviene sensibile solo attraverso il linguaggio della finitezza, dobbiamo percorrere la via della apparenza nella sua dimensione storicamente collocata.
L’Immanenza si impone come il vero e proprio essere, perché essa solamente è conoscibile e può divenire oggetto di conoscenza. Ogni contenuto del sapere si riferisce soltanto all’Immanenza che si palesa fragile per le mille fenditure e le scissioni, per la mancanza di unità, per l’incompiutezza.
La pura Immanenza, nonostante la sua forza momentanea, nonostante la chiarezza momentanea del sapere, ha una superficialità opaca, manca dell’incondizionatezza, della fedeltà, della continuità progressiva di una “concordia discors”, della presenza di una vera e propria Realtà. Essa rimane disperazione di una appena velata lotta per la vita che finisce nel Nulla. La Trascendenza, di contraltare, è la potenza mediante la quale io divengo me stesso. La filosofia appare come un pensiero inattivo e ingannevole, mai essa dà la realtà.
Come filosofico, si può indicare soltanto quel pensiero che si avvicina alla verità, attraverso la Realtà, per cogliere l’Essere che è sempre presente, ma mai universalmente palese.
Nella situazione attuale, dopo Hegel e dopo il superamento di un concetto di razionalità obiettiva, autocosciente, assoluta, l’attività filosofica attraversa il pensiero di Kierkegaard e di Nietzsche, non siamo per Jaspers dinanzi al Nulla, ma davanti a un principio. Se per Kierkegaard e Nietzsche il pensiero non può procedere secondo un’unica continuata coerenza.
La verità dell’eccezione è per noi la costante ricerca del perché, senza la quale si piomberebbe nella più o meno rozza banalità di una soddisfazione priva di vero pensiero.
La nostra Anima, invece di vincolarsi in nuove strettoie, può rimanere aperta alla possibile Verità e Realtà che persino nella disperazione, nel suicidio, nella lotta delle passioni, riesce a parlare. La filosofia non vive solo della ragione, ma non può fare un passo senza la ragione. La ragione non è sostanza, non è meta, ma è medium.
Il Consulente porta il suo cliente, magari ignaro di qualsiasi argomentazione filosofica, a aprirsi mediante un esercizio empatico di ragione, di logos in cui è Medium, intermediario tra:
io – mondo, tu-altro, mondo interno- realtà esteriore.