Quanti diversi modi della verità non hanno trovato la Verità assoluta con la “V” maiuscola, ma non formano nemmeno un aggregato sconnesso, sono in conflitto tra loro, sono in continuo sforzo di vicendevole sopraffazione ci spiega K. Jaspers. L’unica Verità, se mai fosse a noi presente, dovrebbe penetrare tutti i modi della comprensività infinita, congiungendoli in una sola unità. Ma questa unità non la otteniamo per mezzo di una concepibile armonia universale, ma solo in quanto restiamo all’interno del movimento e vediamo nuovamente distrutta ogni forma armonica di una verità in via di stabilizzazione, il contenuto non è mai accessibile in termini completi e assoluti.
Quindi la verità rappresenta il rivelarsi dell’altro che ci viene incontro, siamo esseri storici, temporali, ma non tutto è perduto, eccovi il concetto di “eccezione” come apertura alla comprensione della verità. Partendo da presupposto che l’essere determinato viene meno continuamente di fronte alla verità universalmente valida, incontriamo l’eccezione e l’autorità.
L’eccezione è il problematico, lo spaventoso, l’affascinante. L’autorità è la pienezza di ciò che mi sostiene, che mi mette al sicuro, che mi dà pace. Vediamo di soffermarci un attimo su questo concetto di autorità, inteso come realtà storica del presente, si manifesta in immagini, simboli, ordini, leggi e nei sistemi di pensiero. L’autorità rimane una pretesa che riposa nella Trascendenza. Come ormai abbiamo compreso, il limite dell’uomo assolutamente libero non può compiersi o essere raggiunto una volta per tutte. I contenuti della libertà chiedono la conferma da parte dell’autorità o chiedono la resistenza dell’autorità, altrimenti non sarebbero distinguibili da un qualunque impulso accidentale. Anche se molti individui potessero raggiungere la vera libertà nella società, resterebbe la maggioranza enorme che su questa via della libertà, diventerebbe vittima del disordine, dell’arbitrarietà dei suoi impulsi vitali, come tensione continua. Il nostro cammino non si arresta dinanzi all’eccezione e all’autorità, penetra in esse, questo cammino si chiama ragione. La filosofia ha il compito di sapere che cosa sia la ragione la cui caratteristica fondamentale è la volontà verso l’unità. Abbiamo detto che la verità non è una sola, ma l’impulso che va oltre la molteplicità, verso la verità, nella forma dell’unico e dell’universale, ciò rimane vivo.
La ragione vuole ricondurre tutto quello che esiste, dalla dispersione di cose tra loro indifferenti, al movimento di una loro reciproca compartecipazione alla ragione stessa. La ragione, origine dell’ordine, insegue tutto quello che rompe l’ordine. Essa resta come la forza paziente, incessante ed infinita, innanzi all’elemento estraneo, irrompente e distruttore. Quindi la ragione è la volontà totale di comunicazione, vuole volgersi verso tutto quello che è capace di espressione, che esiste al fine di poterlo conservare. La ragione cerca l’Uno, ma non in modo fanatico, ammette un’infinita libertà e problematicità, come tensione, “come tendere verso”, come possibilità.
A differenza dell’intelletto che vuole fissare e custodire, vuole possedere la totalità della dottrina, la ragione è un’attività pensante in movimento che non conosce nessuna fine. Nemmeno un approdo, il senso dell’impulso filosofico va oltre, non soltanto delle possibilità, ma il filosofo riflette sulla propria essenza, avanza nell’apprensione della Realtà, per divenire reale egli stesso.
Cosa intende Jaspers per realtà? Teniamo presente che questo saggio “La filosofia dell’esistenza” costituisce la sua ultima occasione per rivolgersi pubblicamente, fino all’annientamento del Nazionalsocialismo. Questa pubblicazione, scrive lui stesso, assume un carattere fortemente simbolico, facendo risuonare una voce quasi disperata con lo scopo di provocare la memoria. Non si trovano allusioni dirette, ma una chiara coscienza di ciò che stava accadendo. Jaspers ci svela che il sentimento personale rifletteva la generale malattia tedesca, cosciente di essere tedesco, non in senso nazionale, ma etico. Nella situazione di minaccia totale poté avverarsi l’omaggio alla ragione, offrendo consolazione ai lettori. Egli scrive in modo accorato che nell’essere determinato vi è un giubilo della vita che si compie e il dolore di ciò che in essa si perde. Di fronte a entrambi, però, risulta l’insufficienza del mero essere determinato, risulta la noia della ripetizione, lo spavento nella situazione estrema del naufragio, ogni essere determinato già porta in sé la rovina.
Non c’è una felicità permanente e che basti a se stessa, una volta compresa appieno.
Accettare, ciò non significa rassegnarsi, ma assumere il nostro destino precario e limitato con dignità.