La distopica opera di Bradbury dipinge una società che sfugge al dolore molto vicina a quella odierna. Quei mega schermi che ingombrano affissi alle pareti e offrono una distrazione artificiale e ipnotica che Mildred, la moglie del protagonista chiama “famiglia”, rischiano di sopraffarci. Il mondo della vacua chiacchiera, non solo, la velocità delle auto che portano a costruire cartelloni pubblicitari lunghissimi se no non si vedrebbero, sono tragicamente attuali. Quanti morti per incidenti stradali e quanti per avvelenamento da barbiturici. Lavande gastriche continue che non risparmiano nemmeno Mildred, se ne sta tutto il giorno con gli auricolari, in uno stato quasi ipnotico, in assenza di veri stimoli cerebrali, sensoriali, in una sorta di distacco dal mondo e dalle relazioni se non quelle con le amiche che come lei sono soggiogate dai mezzi televisivi. Il bruciare i libri va nella direzione di impedire il pensiero, la riflessione, il ricordo della storia e delle radici. Sembrano uomini fantasma che hanno perso la capacità di gioire veramente delle relazioni, delle sensazioni che ci offre la natura. Mildred ingurgita le pillole inconsapevolmente. Pare che nessuno si renda conto di questa realtà che vuole mettere a tacere emozioni, sensazioni, pensieri, rende apatici e freddi, nessuna empatia, ma nemmeno nessun dolore, si spegne mente e cuore, bruciati come i libri. Clarisse sa accendere una scintilla di vita e di consapevolezza in Guy Montag, un pompiere da 20anni ligio alla legge che mai gli è venuto in mente di contravvenirla leggendo un libro. Clarisse gli mette la pulce…è felice? E’ innamorato di sua moglie?
Domande che dapprima lo disorientano, ma poi, piano piano innescano un processo di consapevolezza, il risveglio dalla catatonica accettazione passiva di una realtà che priva le persone di loro stesse, spacciando per assenza di dolore ciò che è assenza di vita.
Byung Chul Han rileva che la nostra società è “algofobica”, ha paura del dolore, ciò porta a favorire un’anestesia permanente che si estende in ambito privato, sociale, politico. Aumentano la spinta al conformismo e la pressione del consenso. La politica s’installa in una sorta di area palliativa e smarrisce qualsiasi vitalità. La mancanza di alternative rappresenta un analgesico politico. La società palliativa si configura come società della prestazione, il dolore viene interpretato come un segno di debolezza e viene privato di qualsiasi possibilità di espressione, condannato a tacere. Inoltre questa società è quella dei like, del “mi piace” e del voler piacere.
Montag dopo aver visto morire bruciata la vecchietta che era troppo legata ai libri per non perire con loro, si interroga, pensa che debba esserci davvero qualche cosa di molto importante in essi se la donna si è sacrificata con loro e per loro. Montag sta uscendo dalla sua zona di confort e di conformismo, comincia a recuperare umanità, seppur investito dall’indifferenza della moglie anestetizzata al dolore.
In un manifesto futurista intitolato “Il controdolore” Aldo Palazzeschi scrive:” Maggior quantità di riso un uomo riuscirà a scoprire dentro il dolore, più egli sarà un uomo profondo, non si può intimamente ridere se non dopo aver fatto un lavoro di scavo nel dolore umano.”
Ricordiamo anche il motto di Ernest Junger “Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei”, allargandolo alla società, esso ci rivela in quale tipo di società viviamo. Oggi nella cultura della compiacenza, del consenso, manca la funzione catartica, purificatrice del dolore, si soffoca tra le scorie della positività. Questo fuoco della cultura, dell’arte che si legano al dolore, viene sostituito dagli inceneritori di Fahrenheit 451. Come spiega il capitano dei pompieri a Montag, dopo che la cultura si è fatta sempre più in pillole, parcellizzata, i classici ridotti a 15 minuti di un programma radiofonico…Ciò risulta agghiacciante e orribilmente attuale.
Chul Han spiega come gli spazi disciplinari vengano sostituiti da aree di benessere. La nuova formula di dominio recita: “Sii felice”, questa felicità deve garantire un’ininterrotta capacità di prestazione. Il potere viene sganciato dal dolore, si esprime senza alcuna repressione. Il potere smart opera in chiave seduttiva e permissiva, spacciandosi per libertà. Ci viene chiesto di comunicare i nostri bisogni, desideri, di comunicare la nostra vita. La società medicalizza, rimuove la dimensione sociale del dolore, isola gli esseri umani invece di riunirli in un noi.
Per Nietzsche la felicità e l’infelicità sono due sorelle gemelle che diventano grandi insieme o restano piccole insieme. Se il dolore viene soffocato, ecco che la felicità si appiattisce riducendosi a un apatico torpore. La vita viene tristemente ridotta a un processo biologico che va ottimizzato, perde qualsiasi dimensione metafisica, l’ipocondria digitale, la costante auto misurazione mediante app per la salute o il fitness, degrada la vita a una funzione.
La vita viene spogliata di qualsiasi narrazione capace di generare senso, non è più ciò che si può raccontare, bensì ciò che si può misurare e conteggiare. Abbiamo disimparato l’arte di patire il dolore. Monsieur Teste di Paul Valéry incarna il soggetto moderno borghese, sensibile che esperisce il dolore come qualcosa di insensato, uno strazio corporeo, l’essere umano smarrisce uno spazio protettivo di natura narrativa, in balia di un corpo nudo, svuotato di senso e di linguaggio. Per Monsieur Teste come per Mildred e Montag, prima di essere risvegliato, il dolore non è raccontabile, distrugge la lingua, distrugge il mondo, lo incapsula in un corpo muto, parole sepolte, senza passato, né futuro, dolore reificato e proprio nell’epoca moderna in cui l’ambiente ci infligge sempre meno dolore, i nostri recettori paiono diventare sempre più sensibili, si sviluppa un’ipersensibilità. E’ proprio “l’algofobia” a renderci sensibilissimi al dolore.
Monsieur Teste di Valéry dirà:”Romanzi e drammi non fanno per me. Le loro scene madri, le collere, le passioni e i momenti tragici, lungi dall’esaltarmi, mi colpiscono come misere luci, situazioni rudimentali dove si manifesta ogni forma di stoltezza, in cui l’essere si semplifica fino alla stupidità annegando invece di nuotare nel mare delle circostanze. Nei giornali non leggo il dramma clamoroso o l’evento che fa palpitare ogni cuore. Dove potrebbero condurmi se non proprio alle soglie dei problemi astratti a cui già interamente mi dedico?”
L’ipersensibilità produce come in Monsieur Teste a auscultare ossessivamente l’interno del nostro corpo, questa introspezione narcisistica e ipocondriaca come ci dice Chul Han, viene emblematicamente narrata nella fiaba di Andersen “ La principessa sul pisello” che possiamo leggere come la parabola sull’ipersensibilità del soggetto tardo moderno. Il dolore non è una grandezza constatabile in chiave oggettiva, bensì una percezione soggettiva. Le crescenti aspettative nei confronti della medicina, associate all’insensatezza del dolore, fanno sembrare insopportabili persino i dolori più insignificanti. Se il pisello che infligge sofferenza scompare, ecco che le persone iniziano a soffrire a causa dei materassi troppo soffici, è proprio la persistente insensatezza della vita a far male.