Secondo Schiller, poi ripreso da Nietzsche, il coro dei Satiri, della tragedia originaria, più antico di Eschilo, dramma primitivo, è un luogo ideale che si disegna nella danza, nella musica, nella poesia, evoca il dio della vita e della morte, Dioniso, dio delle opposizioni.
Il Coro è finzione, è costituito dalla memoria ancestrale.
Il ricordo è la testimonianza di uno stato perduto, di ciò che non siamo più e diviene recuperabile solo nella finzione. Non è una finzione qualsiasi, riattiva la memoria ancestrale.
La consolazione metafisica che la tragedia lascia in noi, è che la vita duri potente con gioia e piacere.
Sono la cornice astorica di ogni storia, sono la verità tragica di ogni dramma. La tragedia greca nasce dal coro, ha il suo storico modello nella danza dei coreuti dionisiaci, cioè nel ditirambo che onora Dioniso, dio della vita e della morte.
Il coro è il protagonista, il dio appare nella finzione, ma anche il coro è finzione che ha ritmicamente evocato il Sole, le stelle, gli astri. Qui rievochiamo un famoso brano brano del Timeo di Platone, collegamento con questa opera, lode a Dio, scena primaria, soglia del teatro, alla radici di ogni civiltà. I greci videro la crudeltà della natura, il nichilismo e reagirono con la rappresentazione, con la musica, con l’arte dinamica. Arte, ritmo per combattere l’inerte, la morte. Suono, canto, parola, visione, ritmo. Tutti i riti primordiali celebrano il Sole. Platone si ricollega a questa celebrazione cosmica del rito. Come per gli Inni dei sacerdoti vedici, dio è un inno, le parole sono magiche. Magia originaria, arte di rinnovare la vita, armonia legata al cosmo, contemplazione del mondo. Gli animali non lo contemplano, gli uomini sì. Gesti ordinati, aggraziati, cosmesi come ornamento del cosmo, stessa cosa del cosmo come ornamento della natura. Coro che esce in armonia, tutti insieme, all’unisono, a tempo…questa la musica. Che cos’è che governa i cieli, il ritmo e il coro? E’ il Dramma originario, la tragedia originaria. Non fatene, dice Nietzsche una lettura antropologica. Platone ne ha fatto una visione del cosmo. L’ordine del cosmo e i movimenti della mia mano sono la stessa cosa, sono musica, danza.
Coro dell’Antigone:” O tu che guidi il coro delle stelle spiranti fuoco, guardiano delle parole notturne, fanciullo, manifestati! Assieme alle Menadi che folli danzano attorno celebrando te, il dispensatore!” Intraducibilità della poesia greca. 7 versi molto densi. Incipit che ci rimanda a Platone. Le Menadi cantano, invasate, celebrano Dioniso, nella gioia vedono il Dio. Il coro e la danza che è la riproduzione in Terra dei movimenti dei cieli. Lo scettico è ctlui che sospende il giudizio perché guarda con attenzione. Colui che guida il coro delle stelle è episcopo, guarda con attenzione e cerca. Che cosa? Le parole notturne, ma non è parola quella che incontra, sono grida, urla animali, rumore, cantare come emettere suoni, sono notturne perché non sono ancora arrivate ad Apollo, alla civiltà, sono sulla soglia. Colui che guida fa il guardiano, segna il passaggio alla civiltà. Episcopo è colui che controlla il passaggio dall’urlo alla parola, il dio dell’urlo. Urlo taurino di Dioniso, canta e trasforma l’urlo in parola. Invocato non il Dioniso toro, ma il fanciullo, radice innocente. Il dispensatore di pane e di vino, vita eterna: pane e vino. Dispensatore e anche moderatore, tiene il rito dentro limiti misurati e armoniosi, all’unisono.
Trovare una misura…Quando siamo davvero felici siamo un coro, siamo in armonia, quando ancestralmente siamo concordi, nessuno si appropria, ognuno si espropria, butta fuori, perché l’Uno si ricostituisca. La più alta gioia quando ci sentiamo un unicum, nella nostalgia dell’Uno la ritroviamo nel canto e nella danza. Il ballerino è Zarathustra, colui che danza, non cammina. Uomini superiori imparate dunque a ridere e per cogliere il tragico!