Nel Fedone, Platone riprende la dottrina dell’anamnesi e la ribadisce in maniera sistematica con grande precisione.
Tornando al Menone, uno dei capisaldi della dottrina platonica, è la teoria “dell’eidos”, il termine in greco significa “forma”, “aspetto”. Nel contesto della metafisica platonica, non designa la forma esteriore, sensibile, ma la forma intellegibile, interiore, ossia l’essenza delle cose, come sinonimo viene usato il termine “Idea”, per noi è un ente di ragione, ossia un pensiero, per Platone è una realtà ontologica che sussiste in sé e per sé.
Che cos’è l’essenza delle api? Chiede Socrate. Le api sono molte e di diverso genere, ma vi è un “quid unico” in cui e per cui tutte le api sono identiche, un quid che permane identico in tutti i diversi casi. L’eidos è ciò per cui le cose sono ciò che sono e non altro. L’eidos ridà, pertanto, la struttura ontologica delle cose, è principio unitario. Senza l’eidos unificante, le cose si ridurrebbero ad una molteplicità irriducibile, ad un caos dispersivo. E’ un principio permanente, identico. L’essenza dell’ape è identica in tutte le api, l’essenza della virtù è identica in tutti i casi di virtù.
Occorre poi distinguere tra retta opinione e conoscenza come scienza.
L’opinione – doxa e scienza erano contrapposte, per la prima volta da Parmenide, Platone anche se con maggior equilibrio, mantiene la netta scissione fra l’una e l’altra. La verità si può cogliere solo mediante la scienza, mentre l’opinione scivola sulle pure apparenze, ossia, mai al vero e al certo. Ma nel Menone c’è una novità. Platone afferma come, sul piano pratico, ossia per quanto riguarda le azioni umane, talora la retta opinione possa ottenere gli stessi buoni effetti della scienza. Platone, nel Menone, non rivaluta la figura dell’opinione in quanto tale, in generale, ma solo la figura della “retta opinione”. E non la rivaluta dal punto di vista teoretico, ma solo dal punto di vista pratico. Vale a dire che Platone, nel Menone, ritiene e continuerà sempre a ritenere l’opinione come un puro ed esteriore apparire, limitato alla superficie delle cose, donde la sua infondatezza e quindi la sua instabilità. Se anche retta e vera, l’opinione resta sempre superficiale, infondata e quindi instabile. Essa, dice Platone, è come le “statue slegate di Dedalo”: non sta ferma e tende a fuggire. Perché la retta opinione diventi stabile, come si fa con le statue di Dedalo, occorre legarla e legare l’opinione, ricercarne il fondamento causale, ciò implica, però, il passaggio dalla superficie all’interno delle cose, alla loro radice: in tal modo l’opinione si converte in scienza. Legare l’opinione vuol dire dunque, farla cessare di essere tale. In altre parole tra doxa e scienza non c’è distinzione di grado, ma di natura, la prima si arresta all’apparire, alla superficie, l’altra, invece, giunge al fondamento causale. Dunque Platone ci dice che unicamente per ciò che riguarda il risultato pratico, l’opinione può giovare come scienza, ma non può riconoscersi come retta opinione, se non a fatto compiuto, dopo aver costatato il buon successo dell’azione di cui essa è a guida.
Nella terza parte del dialogo Socrate fa emergere come la virtù sia un bene e che tutto ciò che è bene nell’agire umano dipenda dal senno, dalla riflessione, dal sapere, ma non esistono maestri del sapere, questo è molto attuale, i filosofi che esercitano l’arte maieutica oggi come ieri, anche nell’ambito della consulenza filosofica o dell’insegnamento, si avvalgono della filosofia, essa è madrina, un’amica che aiuta a districare pensieri, direzioni di vita, in stallo o problematiche, nella misura in cui fa emergere in noi una verità interiore che rimane oscura fino a quando un interlocutore esterno, preparato, ma non un maestro, un superiore, né un terapeuta che abbia la pretesa di curare, aiuta a farlo emergere. Aiuta a farlo partorire, come la levatrice.
Non come i Sofisti che erano venditori, parolai, ma come Socrate con lo schiavo, riesce a guidare, indirizzare, far affiorare un sapere nell’anima che essa porta dentro di sé da sempre.
Questo l’aspetto di attualità del Menone, la portata rivoluzionaria, che sopravvive nei secoli e che può essere ancora oggi praticata dai filosofi e dagli studiosi di filosofia, entrambi amanti del sapere possono metterla a servizio di tutti coloro che vogliono ricercare, esplorare dentro se stessi.
Io devo conoscere la filosofia per rivolgermi a un consulente?
No, è il Consulente filosofico a avvalersi di strumenti concettuali, logici, estetici e etici della sua disciplina.
Molto interessante è l’approccio matematico e geometrico che viene analizzato da Konrad Gaiser, uno dei maggiori studiosi di Platone del nostro secolo e nel saggio integrativo di Imre Toth, filosofo storico della matematica rumeno.
Viene detto che già nel Protagora, Platone aveva connesso la problematica della virtù con quella dell’unità, dimostrando che l’unità e quindi l’identità delle molteplici virtù consiste nel Bene e nella conoscenza del Bene che si manifesta e si realizza in vari modi. La molteplicità è disordine e indeterminatezza, mentre l’unità è ordine e determinatezza.
Nel Filebo, come nelle dottrine non scritte, Platone parla di apeiron, “indeterminato” e di “peras”, limite, determinazione. Gaiser mette in luce l’ipotesi che Platone avesse cercato, già dai tempi del Menone, di collegare il Bene con il concetto di peras e avesse cercato di spiegare l’essenza dell’aretè sulla base della delimitazione matematica.
Platone fa ben capire che la grandezza che deve avere il lato del quadrato doppio di quello da cui si parte, è incommensurabile rispetto al lato di tale quadrato, ossia che non è esprimibile con numeri, introduce così il complesso gioco dialettico del peras e dell’apeiron , proprio mediante la matematica. Il Bene in sé è da intendersi come la più alta e la più esatta misura. Dall’incommensurabilità matematica, segue la questione se davvero e fino a che punto esista una misura universalmente valida. Proprio la matematica sarebbe in grado di fornire come un ambito di ipotesi per la decifrazione dell’intero ordinamento dell’essere? A voi scoprirlo, o interrogarvi. Davvero affascinante l’interpretazione di Thot che vi invito a prendere in esame.
Per lui i personaggi danno vita a un vero e proprio dramma spirituale, se il personaggio che svolge il ruolo chiave è certamente Socrate con il suo ricercare, interrogare, lucido, mirato, mai casuale, c’è un altro importantissimo protagonista,…ama nascondersi, perché non ha un eidos, una forma definita ed è indicibile, si tratta dell’Irrazionale. Il dramma ruota intorno all’irrazionale che entra nel Logos e questo è un messaggio che dobbiamo tenere in considerazione. Il grande sconosciuto, quella radice di 2 che per noi moderni è un concetto assodato già dalla scuola media, per i pitagorici antichi è da considerarsi come un mistero. Sono numeri, per loro, solo quelli interi positivi, il rapporto della diagonale al lato del quadrato, sfugge a questa legge universale di riconduzione al numero intero positivo, la procedura dello schiavo si conclude con un fallimento, il lato del quadrato doppio è una grandezza senza misura, il rapporto numerico che dovrebbe definire la sua lunghezza non è esprimibile, quindi non è un numero e qui si spalanca vertiginosamente l’infinito.
Toth fa notare che la parola “numero”, così cara ai pitagorici, si tace. Si esprime la negazione della definizione pitagorica di logos e la nascita di un logos nuovo.
I commenti apparentemente ludici di Socrate, inseriti nella conversazione con Menone e il ragazzo, mettono in luce l’esistenza dell’ontologia degli oggetti matematici irrazionali, si tratta del non- essere, ineffabile, impensabile, inarticolabile, che a dispetto dell’insegnamento di Parmenide, pare che si debba attribuire, in un modo o nell’altro, all’essere.
Platone, regista del dramma, mostra di accettare questo irrazionale come un numero prodotto da un’opera divina, i geometri della sua epoca non l’hanno seguito.
Il mito epistemologico dell’anamnesi costituisce il primo tentativo di riconoscere realtà a questo tipo di acquisizione. I frattali, l’Irrazionale, i numeri, rappresentano quasi un insight, un’intuizione, prodotta dal Socrate- torpedine, ci aprono all’infinito, all’indicibile come realtà, che c’è e che va accettato fuori e dentro di noi, il Menone è un testo sempre attuale di una modernità sconcertante e meravigliosa.