Crediamo di poter individuare nella dottrina platonica dell’anamnesi il concetto di Spirito che è tutto e non ha nulla al di fuori di sé?
Si impara, ci si allena quotidianamente con continuità, pazienza e costanza.
L’apprendere non è se non questo movimento per cui nello Spirito non entra nulla di estraneo, ma solo la sua propria Essenza diviene per esso, cioè lo Spirito giunge alla consapevolezza di questa Essenza. Lo Spirito ha l’intima certezza di essere ogni realtà.
Qualcuno penserà: – Ma le rappresentazioni delle cose vengono dall’esterno!
Certo! Ma si tratta di cose assolutamente singole, temporali, transeunti, non dell’Universale, non di pensieri. Ciò che è vero, ha la sua radice nello Spirito e appartiene alla sua natura, ma il termine “Erinnerung”, inteso come ricordo, memoria, ha anche un altro significato che gli viene dato dall’etimologia: interiorizzarsi, andare entro- sé, questo è il significato profondo della parola.
Secondo i neokantiani come Nartop, la dottrina della reminiscenza anticiperebbe la scoperta kantiana dell’Autocoscienza come attività produttrice dei concetti puri a priori. La conoscenza è “un ricordare”, ciò significa che scaturisce dall’Autocoscienza, non nel suo contenuto empirico particolare, ma nella sua forma. Nartop scrive :” E’ appunto dal Menone che inizia la grande evoluzione di Platone, l’importanza del dialogo, non consiste tanto in ciò che raffigura, quanto in ciò che esso annuncia da lontano.
“Imparare”, come acquisizione di conoscenza è soltanto un attingere “da” o “entro” noi stessi.
La verità di tutto ciò che è, risiederebbe, dunque, per noi, originariamente, nell’Anima, nel fondamento della coscienza e attenderebbe di essere estratta dall’anima stessa, mediante un procedimento adeguato. L’anamnesi platonica, secondo Nartop, costituirebbe la scoperta
dell’a-priori. La conoscenza in cui consiste la virtù dev’essere necessariamente conoscenza a priori, deve radicarsi nell’autocoscienza.
Tornando a Platone, nell’affermazione dell’interiorità della verità dell’anima si arriva a due conclusioni: la prima è che l’anima ha da sempre in sé la verità, è immortale come la verità. La seconda è che non c’è verità che l’uomo, per principio, non possa conoscere e che quindi non debba ricercare.
Questo aspetto interessa da vicino il dialogo tra il consulente filosofico e il cliente. Il primo affianca, fa da specchio, orienta le idee e le emozioni del suo interlocutore divenendo una sorta di facilitatore nello “srotolare” i gomitoli, consentitemi la metafora, dei pensieri, non solo per ordinarli, ma piano piano, trovano senso, collocazione, chiarificazione, consentendo di procedere nel percorso di crescita personale.
Si costruisce via via un rapporto paritario e il cliente non è un paziente, ma un “cercatore di verità”.
Il mondo interiore affiora e diventa stimolante per entrambi esplorarlo.
Senza necessariamente che il cliente conosca la filosofia.