Nell’opera ”Il visibile e l’invisibile” di Merleau Ponty il filosofo pensa e vede in bianco e nero.
Nella semplice parola “vedere” si nasconde un enigma che è la chiave di ciò che continuiamo a chiamare “essere” e se non si esce mai dalla logica del pensiero che pensa in bianco e nero, il problema allora non è come uscirne, ma come starci dentro, come ospitare il giallo in una logica del bianco e nero.
Come abitare il nostro sorvolo sapendo che per farlo occorre ospitare il sorvolo stesso? L’occhio che sorvola si trasfigura in una vista intellettuale che riesce a vedere ciò che l’occhio non vede, l’invisibile o dei fantasmi. Si direbbe un occhio divino, capace di andare dentro le cose e sopra di esse, occhio che non è più occhio, bensì mente e il filosofo si fa veggente, noi vediamo di più di quello che vediamo,vediamo quello che non vediamo e il vedere non si può limitare all’occhio. Merleau Ponty ci svela che nel visibile c’è l’invisibile, il visibile è una piega dell’invisibile. L’occhio incontra lo sguardo delle cose. Noi vediamo non perché abbiamo occhi, ma perché siamo installati nel visibile e ne facciamo parte. Questo piccolo uomo ha occhi fin da subito per le cose che via via riconosce, ma il vedere, secondo Merleau Ponty, entra davvero in gioco quando riconosce la propria immagine riflessa. L’immagine che gli ritorna dallo specchio, completa e rovesciata, è già uno sguardo. Nello specchio vi è la visibilità di un mondo imprendibile, ma ricomposto in cui si colloca, rivoluzionato il luogo stesso del vedente. Intreccio tra vedente e visibile, un fra, uno scarto, una piegatura. Questo corpo dell’essere non si caratterizza per contatto e pienezza, bensì per distanza e vuoto. Lacan, invece, vede nello specchio l’immagine dell’Altro, che porta alla soggettività, ma che mantiene un potere terrificante perché ci fa vedere il nostro nulla e la nostra morte. Molto interessante l’obiezione che Lacan rivolge a Merleau- Ponty sulla “schisi” tra occhio e sguardo, insuperabile questa scissura per un soggetto che in essa si costituisce e lì, in tale impossibilità, ha da abitare. Attraverso lo sguardo dell’altro, esso deve essere inteso come scoperta dell’alterità e come momento costitutivo della soggettività.
Lacan ci insegna che ciò che sfugge è precisamente il linguaggio perché le parole ci escono di bocca e quando lo fanno, già non sono più nostre e qui arriva Derrida ed è in questione la consapevolezza del gioco abissale tra scrittura e pensiero, ritmo, ripetizione, rilancio, destinazione senza destinatario. La lettera, nel gioco postale, è rubata, ciò che sfugge è presente, è la presenza di un’assenza. Se riusciremo a abitare la distanza saremo vicini e lontani. Potremmo allora cercare di tradurre la risata di Lacan nel gesto liberatorio di una rappresentazione, che non può stare in piedi, non può stare ferma, non può stare. Non so voi, ma io amo giocare in questo modo, oscillare, camminare sull’orlo, tentare di maneggiare questa sorta di oscillazione precaria del presente che non è mai la stessa, non si dà in serie, non è ripetibile, non si può insegnare, non è trasmissione di un sapere. Il sapere dell’ascolto è un non- sapere, come direbbe Bataille, eppure resta un sapere in tutta la sua paradossalità.
Cerchiamo tutti un occhio che ascolti.