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Plutarco “L’arte di tacere e di sapere ascoltare” e lo stoicismo

L’accettazione degli eventi e il dominio di sé sono espressi in modo chiaro, occorre ascoltare come ci suggerisce Plutarco. Osserva argutamente che abbiamo due orecchie e una sola lingua, proprio a indicare che fisiologicamente la natura ci ha predisposto più all’ascolto che alla parola.

Mi colpisce sempre quando torno a studiarli, come sia Epitteto come Plutarco appaiano come amici, come coinquilini, così attuali, contemporanei nei contenuti e nel modo di esporli.

Entrambi ci esortano a guardare dentro noi stessi con lucidità, senza giudizio, ma in modo fermo e responsabile.

Epitteto ci offre la possibilità di accostarci al principio di autarchia, libertà, dominio interiore dello spirito, distaccato da ogni motivazione esteriore. L’imperturbabilità verso ciò che non dipende da noi, non si traduce in apatia, o rassegnazione, ma possiamo essere indifferenti a accadimenti esteriori, scoprendo via via la nostra personalità in una costruzione autonoma e coerente.

Cosa dà direzione al mio agire? Dobbiamo chiedercelo, diversamente saremo in balia degli altri e delle rappresentazioni, cioè delle immagini che proiettiamo ogni volta che facciamo un’esperienza.

Alleniamo, invece, la nostra capacità di discernimento per arrivare a immagini rette, la facoltà della scelta morale armonizziamola con i sensi e le percezioni, essa guida le nostre azioni rendendoci padroni di noi stessi e

non marionette manovrate dagli altri o in balia degli eventi.

Prima di agire, occorre capire, indagare i nostri fondamenti etici per attivarci in modo coerente con essi. Saremo felici solo facendo il bene, se agiamo in modo incoerente avremo vergogna, disagio, proveremo malessere.

Seneca basa il suo stoicismo sulla volontà di fare, di agire, di cambiare il proprio destino.

In Epitteto non si rintraccia questo elemento volontaristico, ma il suo stoicismo è basato su conoscere il Bene, riconoscere cioè, in ognuno di noi, cos’è bene. Se abbiamo cura di noi stessi, usiamo bene le rappresentazioni, desidereremo di seguire la via del Bene. Da un atto di ragione, riconosco il Bene e non posso fare il male, la volontà è subordinata alla ragione.

Si richiama a Socrate convinto che gli uomini compiono il male perché non conoscono il bene, per ignoranza.

Il fine dell’agire siamo sempre noi.

Attraverso la filosofia, Epitteto, fa riferimento a Crisippo, riusciamo a capire la natura, la filosofia è un mezzo. Non abbiamo bisogno di Crisippo per se stesso, ma per condurci a vivere in armonia con l’universo. La scelta morale è incoercibile, non sottoposta a impedimenti, nessuno può costringerci a desiderare o a assentire a una falsità. Il male viene compiuto per le condizioni esteriori che ci governano o perché non si conoscono altri modi per vivere. Occorre allora non essere schiavi degli accadimenti esterni e cercare di conoscere altri modi coerenti con ciò che davvero crediamo giusto.

La massa non è l’individuo singolo, non possiamo pretendere che il gruppo rispecchi il nostro pensiero, ma non facciamoci governare da essa, manteniamo le coordinate su noi stessi. L’attività sociale, politica non coincide con l’attività individuale, noi non abbiamo il controllo sugli altri. La filosofia si fa individualmente.

Cerchiamo di dare un fondamento alla nostra morale per discernere in modo razionale ciò che è in nostro potere da ciò che non lo è. Nell’ambito di ciò che è in nostro potere, esploriamo, poi i nostri desideri e le nostre avversioni, se provo antipatia verso qualcuno, o repulsione verso qualcosa, è interno a me. Impulsi o repulsioni si creano tra me e l’altro da me. Tutto ciò va esercitato in pratica. Facciamo domande e prendiamo consapevolezza, ma con cautela nel giudizio. La felicità dipende per Epitteto dalla comprensione dei nostri desideri e avversioni, dall’assenso e dal dissenso e terzo elemento dal giudizio. Questa tripartizione rammenta quella di Spinoza, ma alla base Spinoza non pone gli impulsi, il conatus, ma la facoltà razionale, non crede che possiamo governare tali impulsi, come invece pensa Epitteto attraverso i retti giudizi, di fronte a accadimenti esterni positivi o negativi, ma che non dipendono da noi, non portiamo pesi come asini bastonati! Non è necessario! Ci dice Epitteto.

Per avere una visione esaustiva leggiamo il Manuale, ma procuriamoci le opere complete: Le Diatribe e i Frammenti. Il passo celeberrimo delle Diatribe in cui risponde con ironia al sovrano che vuole decapitarlo sottolineando che esso non può esercitare nessun controllo sulla sua anima, riecheggia Socrate e mostra il senso di una vita libera e felice, non toccata nemmeno dalla morte.

Qui emerge la figura del saggio, colui che è libero, attivo, felice in quanto immune dalle ansie e dai dolori, padrone di sé e insieme in accordo perfetto con le leggi cosmiche che il filosofo accetta saldo contro opinioni e passioni, modesto e sicuro. Egli non è nemico di nessuno, conosce gli uomini e li comprende, non viene influenzato da pregiudizi, si mantiene in equilibrio e li guida come benefattore dell’umanità.

Per essere uomini di pace occorre essere in pace con se stessi e avere un animo purificato, bonificato dalle passioni che ci trascinano e ci fanno perdere lucidità e buon senso.

Come anche Plutarco ci dice a proposito di ascoltare le parole altrui:” Si rallegri, ma non faccia del diletto il fine ultimo dell’ascolto e al termine non pensi di uscire dalla lezione di un filosofo canticchiando raggiante. Non pretenda di coprirsi di profumo, se ciò che gli occorre sono lozioni e cataplasmi, piuttosto ringrazi quelli le cui parole penetranti hanno fatto pulizia, come fumo in un alveare, nella sua mente tutta ottenebrata e intorpidita.”

Se Epitteto ci spiega come l’atteggiamento saggio sia modesto, misurato, per nulla borioso non si etichetterà come filosofo o portatore di verità, così Plutarco pensa che il primo passo per vivere bene sia saper ascoltare bene.

Lo schiavo-filosofo venne studiato da Leopardi. Il Manuale che ci perviene dal suo fedele uditore Arriano, oltre alle Diatribe venne volgarizzato da Giacomo Leopardi che tradusse per fare della filosofia un modo di essere, a prescindere dalla sua particolare interpretazione, rivela come questi precetti da lui praticati abbiano migliorato la sua vita e quindi gli premeva che tutti possano come lui trarne beneficio.

Ognuno di noi è filosofo per Epitteto nella misura in cui si prende cura di se stesso, cerca di migliorare nella direzione di diventare più forte e bello dentro, quindi più felice.

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