Se finora abbiamo conosciuto questo termine “Daimon” da Hillman, discepolo di Jung e forse qualcuno lo conosceva già attraverso Platone, qui, ve lo presento sotto una veste più insolita quella dell’Urwort Orphisch di Goethe, parole primordiali. Orfiche.
“Daimon – Demone, il giorno che ti ha donato al mondo conformemente al Sole, al saluto dei pianeti, ben presto sei cresciuto prosperando secondo quella legge che regola la vita. Così devi essere, non puoi fuggir te stesso, fu detto già da Sibille e da Profeti e non vi è tempo né forza che frantumi forma plasmata che vivendo evolve.” Poi Goethe tira in ballo Tyche- il Caso, qualcosa di mutevole che attorno e con noi vaga, ancora Eros Amore…e leggiamo: “Nell’indefinito molti cuori si disperdono, ma il più nobile si dona a uno soltanto.” Poi giunge fino a noi Ananke – Necessità, limite e legge…”Liberi in apparenza, ma con gli anni siamo solo più alle strette che all’inizio.” Infine Elpis- Speranza: “Ella ci innalza con lei, ci dona le ali, erra in ogni zona, un colpo d’ali e dietro a noi gli Eoni.” Ho accennato solo ad alcuni versi, ma leggetelo è un brano pregno, evocativo.
Nei poemi omerici il Daimon si richiama al destino individuale, un frammento di Eraclito afferma, in modo oscuro, che “Per l’uomo il carattere è il suo demone”, senza che si possa decidere se Eraclito intendesse che il Daimon determina l’individualità dell’uomo o se il Daimon è la stessa individualità che ci caratterizza. Da Platone a Marco Aurelio, il Daimon, apparirà come una realtà che in pari tempo è noi stessi e ci trascende. E’ spesso concepito come una sorta di angelo custode che personifica il destino dell’individuo. Nel decimo libro della Repubblica di Platone, a proposito del destino e della generazione delle anime, si trovano riuniti Daimon e Tyche, ma anche Ananche, la Necessità, una prima volta, quando la Moira Lachesi, rivolgendosi alle anime nel momento della loro incarnazione, proclama:”Non sarà un Demone a ricevervi in sorte, ma sarete voi a scegliervi il Demone.
A differenza della credenza popolare, è l’anima a scegliere il suo carattere, il suo Daimon, ma una volta che la scelta è fatta, è obbligata da Ananke a sottomettersi alle conseguenze della sua scelta, cioè a vivere un certo genere di vita, come dirà Goethe:”Così devi essere, non puoi fuggir te stesso.”
Proclo, nel suo commento al dialogo platonico, precisa che il Daimon presiede principalmente alla dimensione interiore, ovvero ai movimenti dell’anima e Tyche, piuttosto alle cose esterne, cioè ai rapporti tra l’individuo e il mondo circostante. In Platone, il destino umano nel suo complesso si inseriva in un quadro cosmologico e astrale.
Macrobio nel V secolo d.C., attribuisce agli Egizi sia la consacrazione del simbolo del caduceo a Mercurio, sia la sua applicazione all’oroscopo degli uomini.
Hermes- Mercurio si identifica con il Sole. Ritroviamo anche nel Panaretos attribuito a Ermete Trimegisto un sistema analogo, ma più sviluppato, in cui le sorti dell’uomo corrispondono ai 7 pianeti: Tyche alla Luna, Daimon al Sole, Eros a Afrodite, Ananke a Ermes, Tolma a Ares, Nike a Zeus, Nemesis a Kronos. Goethe aggiunge la speranza. Inoltre Goethe, nel testo di Macrobio, pare essere stato affascinato da quella che definì:” una ricapitolazione di un’antichissima, concentrata rappresentazione del destino umano, infatti Daimon, Tyche, Eros e Ananche determinano e orientano in modo ineluttabile il corso della vita e dell’individuo. Goethe rievoca il famoso Daimon di Socrate che di quanto in quanto gli sussurra all’orecchio come debba agire. Poi evoca Eros, creatore, di cui parla la mitologia orfica, l’Amore alato, figlio di Afrodite, vola, va e fugge, ma non è un gioco futile per Goethe, è un mescolarsi di piacere e di sofferenza, di dolcezza e di angoscia.
L’incontro tra Daimon e Tyche genera Amore e ciò, per molti esseri umani rappresenta una sorta di trappola, ma l’uomo può prendere coscienza della sua libertà di scelta, può legarsi all’essere amato e superare il suo egoismo dimostrando di non essere solo determinato dalla natura, inoltre testimonia come possa pervadere un altro essere umano come se stesso, di eterno, indistruttibile amore. Poi scoprirete che si preparano nuove difficoltà per questo uomo che ama, ma che forse non è così libero come crede…così hanno voluto gli astri…ha creduto di agire secondo la sua volontà, ma in realtà è in funzione del suo Daimon. Le leggi ferree della natura lo condizionano. Vedrete che questo problema di una libertà solo apparente assillerà Goethe.
Toniamo al testo di Macrobio, un elemento essenziale è rappresentato dalla figura del caduceo e ci si chiede se essa non sia segretamente presente nella struttura della poesia goethiana. Riprendiamo la descrizione del caduceo di Macrobio, a mio avviso molto affascinante. Esso, si presenta sottoforma di due serpenti, maschio e femmina, intrecciati. Sono Daimon e Tyche, Sole e Luna. Le loro bocche sono unite da un bacio che rappresenta Eros, le parti anteriori dei loro corpi formano un cerchio, mentre le parti centrali sono strettamente legate da un nodo che Macrobio chiama il nodo di Ercole, famoso nell’antichità perché difficile da sciogliere, questo nodo è Ananke.
A partire da qui, le parti inferiori dei corpi formano un secondo cerchio con l’estremità che si riuniscono nell’impugnatura, in un punto da cui spuntano due ali. Ogni particolare della figura del caduceo corrisponde, per Macrobio, a una delle divinità che determinano il destino umano, anche se non dà nome alle ali, accontentandosi di dire: “Il motivo per cui sono state aggiunte le ali è già stato detto.”Goethe ravvisa nelle ali come potenza dello spirito il fatto che tutto sia sottomesso all’Ananke, eccetto l’indomabile fiducia dell’animo umano che con altro nome chiamiamo Speranza. Per Goethe la Speranza è un essere alato che ci dona le ali. Per oggi abbiamo materia su cui riflettere. Questi esercizi spirituali possono essere di stimolo per scrivere noi stessi cosa significhi “Speranza” e come la si possa raffigurare…