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NON ESISTE UN NULLA SE NON NELLA CAVITA’ DELL’ESSERE

Per Hegel cos’è ciò di cui fa esperienza?

Non è più soltanto come in Kant, il nostro contatto puramente contemplativo con il mondo sensibile, ma assume quella risonanza tragica che ha nel linguaggio comune, quando un uomo parla di quel che ha vissuto. Esistenzialismo in Hegel da intendersi non come coscienza dotata di chiarezza, ma vita, come esistenza umana lasciata a se stessa che cerca di autocomprendersi.

Tutta la Fenomenologia dello Spirito descrive lo sforzo che l’uomo compie per riafferrarsi in un continuo processo e in un incessante modificarsi del progetto.

L’uomo si definisce in contrasto con la pietra che è quello che è, come luogo dell’inquietudine, come uno sforzo costante per raggiungere se stesso.

La coscienza è atto di oltrepassare il limitato, atto di oltrepassare se stessa, subisce la violenza di ogni soddisfazione limitata, l’angoscia non può placarsi, non è un osso, l’osso è ancora una cosa, un essere, se il mondo fosse fatto soltanto di cose o di esseri non ci sarebbe, nemmeno in qualità di apparenza. Chi è l’uomo? Un essere che non è, che nega le cose, un’esistenza senza essenza.

La coscienza riafferra come suo limite e sua propria origine quel che potrebbe essere la vita prima di lei, sarebbe una forza che si disperde dovunque agisca, un muori e divieni.

Philippe Sollers nel saggio Le passioni di Francis Bacon ci richiama a un concetto di libertà scatenata proprio dall’opera del pittore, che esprime furore e pensiero, turbine e serenità, torsione e costruzione impeccabile di cerchi, cubi, cilindri, sfere. Violenza dello shock corporeo vissuto, distanza della contemplazione, non c’è mai un lato senza l’altro, espressioni come aprire le valvole della sensazione, l’oro del ruscello…

Bisognerebbe rimproverare alle ideologie naziste, non tanto di aver richiamato l’uomo al tragico, quanto di aver utilizzato il tragico e la vertigine della morte per restituire una parvenza di forza a istinti pre- umani. Di aver mascherato la coscienza della morte. Che fare allora?

Riconducendo l’uomo all’animalità, egli sarebbe comunque un cattivo animale se conservasse coscienza, essa presuppone la capacità di assumere un distacco nei confronti di ogni cosa data e di negarla. Solo l’animale come anche Giacomo Leopardi diceva, può facilmente soddisfarsi della vita e cercare salvezza nella riproduzione.

L’uomo può accedere all’universale soltanto perché esiste, anziché limitarsi a vivere, con questo prezzo deve pagare la sua umanità, ecco perché l’idea di un uomo sano è un mito, parente prossimo dei miti nazisti.

L’uomo è un animale malato ci dice Nancy riprendendo proprio una frase di Hegel.

Ogni coscienza è dunque infelice.

Hegel, nella Fenomenologia, ci dice come la morte sia la negazione di ogni essere particolare determinato, quindi la coscienza della morte è sinonimo di coscienza dell’universale, perché non rimanga solo un concetto astratto, dobbiamo concepire il nulla sullo sfondo d’essere o come dice Sartre su uno sfondo di mondo,

Come dice Hegel occorre interiorizzare la morte, vale a dire che per andare sino in fondo alla nostra coscienza della morte, occorre trasmutarla in vita, rendere concreto l’universale astratto.

Non esiste un nulla se non nella cavità dell’essere.

Io vi ravviso il limite, ma anche la dignità della nostra povera umanità e il rapporto con gli altri è limite, ma anche un’esperienza che avvicina alla coscienza della morte come esperienza di altri, poiché sotto lo sguardo altrui sono solo una cosa, come l’altro è solo un pezzetto di mondo sotto il mio sguardo.

Ogni coscienza persegue dunque la morte dell’altro dal quale essa si sente spodestata del suo nulla costitutivo.

Mi sento minacciata dagli altri se mi sento oggettivata, continuo al tempo stesso a provare la mia soggettività. La coscienza del conflitto è possibile soltanto grazie a quella di una relazione reciproca e di un’umanità che ci accomuna, non potremmo negarci a vicenda se non ci riconoscessimo l’un l’altro come coscienze. Questa reciproca relazione di negazione e di riconoscimento è un aspetto problematico e al tempo stesso salvifico, ombra e luce della nostra miserrima condizione umana.

La negazione di ogni cosa e di altri che io sono, trova compimento solo in una negazione di me operata da altri. La mia autocoscienza come morte e nulla è menzognera perché racchiude l’affermazione della mia vita e del mio essere, così la mia coscienza d’altri come nemico, racchiude l’affermazione d’altri come uguale.

Non posso essere libero da solo, coscienza da solo, uomo da solo, poiché sono fin dall’origine mescolanza di vita e di morte, di solitudine e di comunicazione.

Nasciamo soli e moriamo soli o fin dall’origine siamo mescolati e mescolanza?

Scoprirete in Consulenza che siete l’uno e l’altro… e…

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