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Pascal I Pensieri

L’uomo, un essere pieno di errore perché sia la ragione come i sensi si ingannano a vicenda, deve mettere ordine nell’ambito dell’esperienza, consapevole in modo onesto e concreto dei limiti, conscio che le leggi fatte dagli uomini non sono assolute, ma relative.

C’è un passo, poi in cui riecheggiano Socrate, i greci antichi e la saggezza orientale, conoscere se stessi, consapevoli del flusso e dell’impermanenza, questa la nostra condizione di naviganti in un vasto mare, sempre incerti e fluttuanti, sospinti da un estremo all’altro, tutto sfugge alla nostra presa.

Bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile, la nostra ragione è sempre delusa, è inutile cercare sicurezza e stabilità. Vorremo edificare una torre che si elevi all’infinito; ma le nostre fondamenta si sgretolano e la terra si apre fino agli abissi, è inutile cercare sicurezza e stabilità.

La nostra ragione viene sempre delusa dalla mutevolezza delle apparenze, nulla può fissare il finito tra i due infiniti che lo racchiudono e lo fuggono. Pascal si chiede:- Anche la durata della nostra vita non è ugualmente, infinitamente, lontana dall’eternità anche se dura dieci anni di più? A confronto di questi infiniti, tutti i finiti sono uguali, anche il solo confronto che facciamo tra noi e il finito ci è penoso. Se l’uomo, per prima cosa, studiasse se stesso, vedrebbe come è incapace di andare oltre. L’uomo non è che un soggetto pieno di errori, l’abbiamo già detto, nulla gli mostra la verità, anche quell’evidenza, data dall’abitudine che il Sole sorgerà sempre, ogni mattina, ci inganna come Hume riprenderà. Ancora prima di Giacomo Leopardi che descriveva la greve esistenza umana come un alternarsi di dolore e noia, lui mette in luce tutto ciò e questa nostra ipnotica ricerca, mediante futili distrazioni, per impedirci di affrontarle.

L’uomo è visibilmente nato per pensare: qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo valore.

Tutto il suo dovere è pensare rettamente. Su questo dovremmo soffermarci, rileggere questo passo di quanto in quanto…

La vera scommessa che oggi voglio consegnarvi e condividere con voi, non è su Dio, ma quella che lui compie sul pensiero. Anche gli aforismi sono un modo per accendere la luce del pensiero. L’uomo è sempre e da sempre un nano, una bestia, ma anche un gigante, un angelo. Allora l’unica via è scuoterci e affrontare dignitosamente i nostri limiti.

Pascal con ironia si chiede: – Ora a che cosa pensa la gente? Mai a questo, ma a ballare, a suonare…oggi anche a cose ancora più futili… aggiungo io.

Leggiamo come spiega bene questo filosofo, in modo lucido e disincantato, che noi non ci accontentiamo della vita che abbiamo in noi e nel nostro proprio essere, vogliamo vivere anche una vita immaginaria, lavoriamo ad abbellire e a conservare il nostro essere immaginario e trascuriamo quello vero. Se possediamo tranquillità, o generosità, o fedeltà, ci preoccupiamo di farlo sapere all’altro nostro immaginario. Qui davvero anticipa il tema del doppio e la psicoanalisi.

Grande segno della nullità del nostro essere, quello di non sentirci soddisfatti dell’uno senza l’altro e di scambiare spesso l’uno per l’altro, il nostro io reale con quello immaginario e viceversa!

Corriamo senza un pensiero verso il precipizio, dopo esserci messi davanti agli occhi qualcosa che ci impedisca di vederlo. Lontano da abbracciare gli estremi che rappresentano l’ineffabile, inesprimibile segreto, enigma, l’uomo scorge solo qualche barlume, noi siamo qualcosa, ma non siamo tutto. Siamo disperati per l’impossibilità di conoscere il principio e la fine delle cose.

Pascal dice: “Non so chi mi ha messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa sia io stesso. Mi trovo in un’ignoranza terribile di tutte le cose. Non so cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e quella stessa parte di me che pensa ciò che dico, che medita su tutto e su se stessa e non conosce sé più del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo che mi racchiudono, mi trovo incatenato a un angolo di questa infinita distesa, senza che sappia perché mi trovo messo in un luogo piuttosto che in un altro, né perché questo poco di tempo che mi è dato da vivere mi sia stato assegnato in questo momento, piuttosto che in un altro, di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte non vedo che infinità che mi imprigionano come un atomo e come un ombra che dura solo un istante senza ritorno. Tutto quello che so è che devo presto morire, ma ciò che ignoro di più è questa morte stessa che non voglio evitare. Come non so da dove vengo, così non so dove vado; so soltanto che uscendo da questo mondo cadrò per sempre o nel nulla, o nelle mani di un Dio in collera, senza sapere quale di queste due condizioni avrò in retaggio per l’eternità. Ecco il mio stato pieno di debolezza e di incertezza. Da questo concludo che debbo passare tutti i giorni della mia vita senza tentare di indagare quale sarà la mia sorte. Forse potrei trovare qualche chiarimento ai miei dubbi, ma non voglio darmene la pena, né fare un sol passo per cercarlo, trattando con disprezzo coloro che si affaticheranno in questa ricerca, voglio affrontare senza paura un avvenimento così grande, lasciarmi condurre mollemente alla morte, nell’incertezza dell’eternità della mia condizione futura. Chi si augurerebbe di avere per amico un uomo che parla in questo modo? Chi lo sceglierebbe fra gli altri per metterlo a parte degli affari suoi? Nulla è importante per l’uomo quanto il suo proprio stato; nulla è per lui tanto temibile come l’eternità.

Mi sono stupita, leggendo Pascal, perché è tra coloro che vedono l’Eternità come qualcosa di angoscioso e non di consolante. Continua affermando che non è naturale che si trovino uomini indifferenti alla perdita del loro essere e al pericolo di un’eternità di miserie. Temono anche le cose più sciocche, le prevedono, le sentono e quello stesso uomo che passa tanti giorni e tante notti pieno di rabbia e di disperazione per la perdita di un incarico o per qualche offesa immaginaria, è il medesimo che senza inquietudine e senza emozione, sa che perderà tutto con la morte. E’ mostruoso vedere nello stesso cuore e nello stesso tempo questa sensibilità per le minime cose e questa strana insensibilità per le più grandi. E’ un incantamento incomprensibile. Noi sappiamo che vi è un infinito e non ne conosciamo la natura, conosciamo dunque l’esistenza e la natura del finito, perché siamo finiti e dimensionati come esso. Conosciamo l’esistenza dell’infinito e ignoriamo la sua natura, perché ha estensione come noi, ma non confini come noi.

Il riposo in quell’ignoranza è mostruoso e di esso è necessario far sentire la stravaganza e la stupidità a coloro che vi trascorrono la loro vita, rendendogliela evidente, per confonderli con la visione della loro follia. Gli uomini che scelgono di vivere ignorando chi sono, senza cercare spiegazioni, dicono: non so, non saprei…o

L’immagine della condizione umana è tra le più terribili.

Si immagini un gran numero di uomini in catene, tutti condannati a morte, alcuni dei quali siano ogni giorno sgozzati sotto gli occhi degli altri, coloro che restano vedano la loro sorte in quella dei propri simili, guardandosi l’un l’altro con dolore e senza speranza, aspettino il loro turno. Questa è l’immagine della condizione umana.

Ognuno di noi si chiede, arrivando a concludere sull’angosciante eternità che ci imprigiona, ci attanaglia inesorabilmente, perché la mia coscienza e la mia vita sono limitate? La mia durata è di cento anni invece che di mille, per quale ragione? Che ragioni ha avuto la natura nello stabilire il termine della mia esistenza?

Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che la precede e che la segue e il piccolo spazio che riempo e persino che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che non conosco e che non mi conoscono, mi spavento e mi meraviglio di trovarmi qui piuttosto che là.

Ci si sente persi, un nulla che ha coscienza di esserlo, senza spiegazioni possibile, smarrirsi in un vuoto assoluto, senza fine, sprofondare nel terrore che ci attanaglia, angoscia soffocante che ci schiaccia.

Il silenzio eterno di quegli spazi infiniti mi atterrisce, ci dice Pascal. Quanti reami ci ignorano! Ma se affrontiamo questo terrore di eternità saremo più uomini e meno bestie

Scopri di più da Monica Mazzini

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